Occhi indaco.
Occhi pieni di vita, lucidi, disarmanti. Ma anche imbarazzati, grati.
Sono gli occhi di M*, un ragazzo, o forse meglio, un giovane uomo, che ieri notte abbiamo riaccompagnato a casa, prelevandolo dall'astanteria di un pronto soccorso.
Ha la mia stessa età M*, solo sei giorni (sei) di differenza da me; sono io quella maggiore.
Ha gli occhi indaco M*, non come i miei che tendono al verdognolo solo se c'è il sole, ma per la maggior parte del tempo sono di un banalissimo castano.
Ha gli occhi grati M*, che ti sorridono imbarazzati perchè con la mano sposti la coperta per coprirgli meglio i piedi, e allo stesso tempo per nascondere alla vista degli altri il catetere che gli hanno sistemato fra le gambe.
Ti ringrazia con gli occhi, perchè con la voce fa fatica anche a pronunciarlo un "grazie".
E ti sorride con quegli occhi pieni di vita, ma anche con i tratti delle labbra: anche se fatica a fare pure quello. Ma si fa capire benissimo che ti è grato, con tutto il suo disarmante imbarazzo.
E alla fine sei tu quella veramente imbarazzata, perchè tutta questa gratitudine ti spoglia e ti senti di non meritartela, che non è necessaria.
Non si può più muovere M*, ha la scelerosi multipla.
Non vive nemmeno in una vera casa.
Ha una stanzetta in una struttura specializzata, dove fuori da ogni porta - sotto il numero della stanza - c'è la foto dell'ospite che la occupa. A ricordarci quanto possa essere quotidiana e familiare la sofferenza.
Dicono che alla fine ci si abitua un po' a tutto.
Che le cose, alla lunga, cominciano a farti semper meno effetto, che poi diventano una specie di routine e che quindi poco alla volta ti segneranno sempre meno.
Così dicono.
Ma a me, sotto sotto, in fondo in fondo, piace sperare che ci saranno altri occhi che mi commuoveranno, e che mi faranno riflettere su un sacco di cose banalmente date, in continuazione, per scontate.
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mercoledì 3 aprile 2013
mercoledì 20 giugno 2012
Vorrei una valigia carica ... carica ... di ...
Vi è mai capitato di prendere in mano una penna e pensare "oddio come scrivo bene con questa penna!"?
La tua scrittura dovrebbe essere, bene o male, sempre la stessa.
Si ok, dipende dall'umore, dal supporto su cui stai scrivendo, ma più di ogni altra cosa dipende dello strumento che usi per scrivere (matita, penna bic, stilografica, gessetto, e potrei continuare all'infinito).
Ho appena finito di posare una normalissima penna nera, a punta morbida e grossa, griffata da un noto beach club californiano in cui sono stata recentemente. Certo, detta così, fa molto Brenda Walsh, ma era solo per dire che è una di quelle penne gadget che ti regalano (o che freghi simulando nonchalance appena il cameriere gira sui tacchi coi bicchieri in mano). Nemmeno la Montblanc che mi sono regalata, scrive così bene (o forse dovrei cercare di capire solo quale refil utilizzare).
Comunque, questa penna mi ha fatto venire in mente che la mia vita finora è stata un po' così, come la scrittura, influenzata da troppe circostanze. Solo che adesso che sono grande, e grande davvero, e che le "circostanze" le ho ben individuate, posso pure smetterla di fissarmi a voler scrivere con robe che non mi appartengono, e che men che meno mi valorizzano.
Non voglio più usare i gessetti (con cui mi viene una scrittura da medico della mutua di fretta) tanto quanto non voglio più intorno a me persone false ed inividiose.
Non voglio più sfumare coi pastelli a cera (cosa difficilissima e che, ovviamente, non sono minimamente in grado di fare) tanto quanto non voglio perdere tempo con persone che non mi rispettano.
Lungi da me usare i carboncini, che sono tanto belli sì, ma che ti sporcano da morire le mani; quasi quanto ti sporcano dentro le persone che si fingono amiche e poi, appena ne hanno l'occasione, ti pugnalano alle spalle.
Vorrei, da qui in avanti, essere in grado solo di riempire la valigetta dei colori, di pastelli, di matite morbide e di penne fregate al Beach Club, che trovo così tanto rassicuranti perchè sono fatte apposta per me. E se per caso dovessi ancora postare anche solo una riga, lamentandomi di essere stata ferita da persone che credevo amiche, beh, siete legittimati a spaccarmi la suddetta valigetta in testa.
La tua scrittura dovrebbe essere, bene o male, sempre la stessa.
Si ok, dipende dall'umore, dal supporto su cui stai scrivendo, ma più di ogni altra cosa dipende dello strumento che usi per scrivere (matita, penna bic, stilografica, gessetto, e potrei continuare all'infinito).
Ho appena finito di posare una normalissima penna nera, a punta morbida e grossa, griffata da un noto beach club californiano in cui sono stata recentemente. Certo, detta così, fa molto Brenda Walsh, ma era solo per dire che è una di quelle penne gadget che ti regalano (o che freghi simulando nonchalance appena il cameriere gira sui tacchi coi bicchieri in mano). Nemmeno la Montblanc che mi sono regalata, scrive così bene (o forse dovrei cercare di capire solo quale refil utilizzare).
Comunque, questa penna mi ha fatto venire in mente che la mia vita finora è stata un po' così, come la scrittura, influenzata da troppe circostanze. Solo che adesso che sono grande, e grande davvero, e che le "circostanze" le ho ben individuate, posso pure smetterla di fissarmi a voler scrivere con robe che non mi appartengono, e che men che meno mi valorizzano.
Non voglio più usare i gessetti (con cui mi viene una scrittura da medico della mutua di fretta) tanto quanto non voglio più intorno a me persone false ed inividiose.Non voglio più sfumare coi pastelli a cera (cosa difficilissima e che, ovviamente, non sono minimamente in grado di fare) tanto quanto non voglio perdere tempo con persone che non mi rispettano.
Lungi da me usare i carboncini, che sono tanto belli sì, ma che ti sporcano da morire le mani; quasi quanto ti sporcano dentro le persone che si fingono amiche e poi, appena ne hanno l'occasione, ti pugnalano alle spalle.
Vorrei, da qui in avanti, essere in grado solo di riempire la valigetta dei colori, di pastelli, di matite morbide e di penne fregate al Beach Club, che trovo così tanto rassicuranti perchè sono fatte apposta per me. E se per caso dovessi ancora postare anche solo una riga, lamentandomi di essere stata ferita da persone che credevo amiche, beh, siete legittimati a spaccarmi la suddetta valigetta in testa.
martedì 3 aprile 2012
Recensione #1 Molto forte, incredibilmente vicino
Qualche giorno fa ho terminato di leggere "Molto forte, incredibilmente vicino" di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda. L'avevo espressamente richiesto come regalo di compleanno. Del romanzo ne hanno già fatto un film.
Ci ho messo un paio di giorni prima di scrivere questo post. Non l'ho scritto di pancia, voltata l'ultima pagina. Ci ho pensato su.
Foer non è uno scrittore banale, chi ha letto qualcosa di lui "Se niente importa" o "Ogni cosa è illuminata" solo per buttare lì due dei suoi romanzi strafamosi, sa che è uno scrittore che colpisce, sia per l'uso che fa delle parole, sia per le trovate che le parole cesellano.
Questo libro è meraviglioso. Ecco.
Io ve lo consiglio. C'è poco altro da aggiungere.
Parla di un bambino fuori dal comune, Oskar, che cerca di lottare a modo suo con l'assenza del padre, morto durante l'attentato dell'11 settembre.
Ma nonostante tutto, non è un libro triste.
E' un libro che parla di speranza, che guarda al futuro con gli occhi di una bambino che si definisce così:
Un libro in cui si racchiude la vita. Ti fa sorridere, ti fa riflettere (su quel che hai perso e su quel che hai) e alla fine ti lascia lieve.
Assolutamente da leggere!
safari book nella NYC di Foer:
http://www.nuok.it/nuok/safari-book-nella-new-york-di-jonathan-safran-foer/
Ci ho messo un paio di giorni prima di scrivere questo post. Non l'ho scritto di pancia, voltata l'ultima pagina. Ci ho pensato su.
Foer non è uno scrittore banale, chi ha letto qualcosa di lui "Se niente importa" o "Ogni cosa è illuminata" solo per buttare lì due dei suoi romanzi strafamosi, sa che è uno scrittore che colpisce, sia per l'uso che fa delle parole, sia per le trovate che le parole cesellano.
Questo libro è meraviglioso. Ecco.
Io ve lo consiglio. C'è poco altro da aggiungere.
Parla di un bambino fuori dal comune, Oskar, che cerca di lottare a modo suo con l'assenza del padre, morto durante l'attentato dell'11 settembre.
Ma nonostante tutto, non è un libro triste.
E' un libro che parla di speranza, che guarda al futuro con gli occhi di una bambino che si definisce così:
Un libro in cui si racchiude la vita. Ti fa sorridere, ti fa riflettere (su quel che hai perso e su quel che hai) e alla fine ti lascia lieve.
Assolutamente da leggere!
safari book nella NYC di Foer:
http://www.nuok.it/nuok/safari-book-nella-new-york-di-jonathan-safran-foer/
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